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Martedi, 19 Febbraio 08 - : admin

fino al 30 aprile 2008
Questa mostra riunisce fotografie, realizzate durante gli ultimi venti anni, di quindici città:
da Berlino a Bratislava, a Burgos, a Casablanca, a Chicago, Gennevilliers, Lisbona, New York, Ostrowiec, Parigi, Surabaya, Zagabria, Roma, Shanghai, Singapore.
Nel 2008, per la prima volta nell’intera storia dell’umanità, più della metà della popolazione del mondo, tre miliardi e trecento milioni di persone, sta vivendo in un contesto urbano. Da qui al 2030 è stimato che questa cifra si avvicinerà ai cinque miliardi.
La città è dunque la posta in gioco più alta nel futuro dell’umanità. Un “fenomeno” che la fotografia contribuisce a osservare, tradurre in immagini, studiare e comprendere.


L’architetto e la fotografia


Ho seguito gli studi di architettura, dai quali probabilmente deriva la mia attrazione a tradurre gli spazi in immagini e il desiderio di misurarmi con la dimensione monumentale di alcuni esempi di architettura. Il mio sguardo è come se organizzasse, senza essere riduttivo, la complessità dello spazio. (…) Ho preso in prestito molte scorciatoie. Mi sono immerso profondamente in realtà architettoniche come il Louvre o la Bibliothèque Nationale, ho percorso il cammino di San Giacomo di Compostela e ho cercato l’essenza più vera del Monte Atos. Ho fatto fotografie ai bordelli di Surabaya, dal più ricco al più povero. Mi sono lasciato trascinare dalle acque della Maine, vicino ad Angers, dove lo scorrere della piena mette a rischio il radicarsi degli alberi e interroga il movimento del cielo. Moltiplicando i campi delle mie ricerche e delle mie esperienze, torno tuttavia inesorabilmente alla città.
La città è dunque come la punteggiatura in una ricerca che ha un solo fine : lo spazio e le vite intense che lo fanno esistere. (…)
Io affronto la dimensione scenica e simbolica dello spazio pubblico e le tensioni urbane scaturite dall’incontro delle masse architettoniche. Il paesaggio urbano diventa quindi una straordinaria scena, un teatro dove ogni giorno si svolge una nuova rappresentazione.
Le mie immagini interrogano la memoria, supportano la storia della città, della sedimentazione urbana. Qualche cosa che riguarda l’assetto e le tracce delle mutazioni è fattivamente presente nel mio lavoro . <
All’opposto che nel fotogiornalismo, le mie fotografie non sono per nulla inscritte nella attualità, ma in qualche modo sono incise in una distanza già tracciata Lavoro con una . 4’x5’ e generalmente scelgo la ripresa frontale per affrontare i miei soggetti. Nel mio lavoro privilegio le forme, le masse, le linee e le superfici. E’ come architetto che costruisco le mie immagini. (…)
In una civiltà che produce e consuma così velocemente immagini, l’arte ci dice che la nostra unica chance per non essere divorati é la posa, la lentezza del nostro sguardo che osserva e collega le cose.
Il mio approccio consiste nel proporre un’immagine che appartenga a un ordine contemplativo, che sia “padrona del tempo” e che venga da lontano, che sfugga ad ogni forma di moda o di imposizione, e che sembri abitata dall’assenza dell’uomo.”
“Jean-Christophe Ballot è l’erede di questa visione, e di quella di altri fotografi: Atget, Frédérick , o Walker Evans, Charles Clifford, Luigi Ghirri.
Ma è anche più vicino a Hans Aarsman o Lewis Baltz. Ballot è l’erede di una visione del mondo che, poiché è silenziosa, si popola di storie che ciascuno può inventare. Le sue immagini, senza averne l’aria, si propongono come uno specchio.
Maestro della composizione, la sua ambizione è che in ciascuna immagine della realtà contingente si crei un insieme spaziale che, per come è rappresentato, raggiunga l’intensità di una presenza atemporale.
Meglio di ogni descrizione queste immagini ci riveleranno forse quello che siamo, ma soprattutto quello che possiamo diventare nei luoghi che abitiamo.”
Olivier Kaeppelin, Divinatoire, Editions Filigrane, 2002
Il volume Urban landscapes de Berlin à Shanghai , per le edizioni Creaphis, accompagna la mostra.


Articolo da informatissimafotografia.it

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